Armi usate Savage 7A .22LR

Prendiamo in esame con una marea di ricordi questa carabina in calibro .22 LR perché è stata la prima con cui ci siamo trovati a sparare giovanissimi sotto la guida attenta e vigile dell’indimenticato zio Nanni nostro primo istruttore con le armi da fuoco

di Emanuele Tabasso

Nell’anno 1954 non capivamo bene che cosa fosse stato il conflitto terminato da meno di un decennio di cui quasi nessuno degli adulti aveva voglia di parlare: ogni poco tuttavia giungeva l’ammonimento a eseguire qualcosa di poco gradito accompagnato dalla frase “ah, quando c’era la guerra…”. A tale sfumata memoria si era unito il reperimento in una buca del giardino, sotto a un muretto, di due cospicue manciate di bossoli seppellite chissà da chi, e che il giardiniere Battistìn reduce dalla Grande Guerra, aveva subito riconosciuto come del fucile Mod. 91 lasciandoceli per giocare: era il nostro tesoretto nascosto che ogni sera celavamo nuovamente nella buca. Lo zio Nanni era fratellastro di nostra mamma, con un cuore grande così e un’innata bontà d’animo, diciassette anni più di noi quindi lo stacco ideale per apparire come il nume tutelare dei sogni e delle aspirazioni che a nove anni iniziano a farsi strada nella mente giovanile. Dopo le tristi vicende del 1943 appena quindicenne era scappato dal Real Collegio di Moncalieri (TO) per unirsi a un gruppo di partigiani: il papà era andato invano sulle colline dov’era acquartierato, ricevendo un diniego perentorio a riprendere gli studi. Lo zio mi aveva poi confessato che non capiva assolutamente nulla delle valenze politiche del movimento, ma che ambiva a star lì per due validissimi motivi, anzi tre: gli facevano già guidare un camion e sparare per allenamento col moschetto 91, poi non c’erano libri, studio e professori. La zona era defilata dai rastrellamenti dei Tedeschi e dei militari della RSI, quindi con minimi rischi. La passione per i motori e per i fucili continuò sempre fino a che, alla soglia dei cinquant’anni, lo zio finì con una 500 sotto al rimorchio di un autotreno che, nella nebbia, aveva compiuto una svolta a U uscendo da un distributore di campagna. Aveva comprato la Savage 7A proprio nel 54 e, curiosamente, la definiva come “il Winchester”: mai appurammo tale sostituzione di paternità, ma in compenso l’uso in campagna era di ampia valenza. Lo zio aveva una dote innata per il tiro ai bersagli in movimento e quando diversi anni dopo leggemmo i due libri di caccia in Africa di Alexander Lake ripensammo a quanto avevamo verificato di persona. Il gran cacciatore professionista amava ogni tanto variare la dieta per i portatori e addetti al campo sostituendo gli ungulati con le sapide faraone, definite come “dei grossi calabroni cicciosi”, a cui tirava al volo con una carabina calibro .22 LR: lo stesso faceva lo zio con i colombi di cascina, massimo due colpi a vuoto poi il terzo non mancava il bersaglio. Sempre nei pressi della casa colonica  c’era un ampio declivio a prato dove usualmente soggiornava una lepre: un mattino propose di andare a stanarla e il secondo colpo fu quello fatale per l’orecchiona che si allontanava di premura, ma senza troppa fretta. Un’emozione che non abbiamo mai dimenticato. All’epoca non erano ancora apparsi da noi i cannocchiali da puntamento per queste carabine a percussione anulare e quindi si tirava regolarmente a tacca di mira e mirino con un’istintività magistrale. La Savage 7A, prodotta per molti anni dalla Casa di Chicopee Falls (Massachussetts) era considerata fra le migliori realizzazioni del settore e i ragazzini statunitensi la sognavano come regalo per un’occasione importante: in diversi film degli Anni 50 si notava come nei territori di campagna i giovanissimi fossero instradati a cacciare lepri, conigli selvatici, scoiattoli e quant’altro potesse formarli nel sicuro maneggio delle armi, nell’apprendimento dell’arte venatoria sempre con un occhio al probabile risvolto militare e poi, in fondo, a concorrere fattivamente nel porre in tavola delle proteine nobili. Perfettamente calzante il film “All’inferno e ritorno” con Audie Murphy, astro nascente hollywodiano degli Anni 50, presto sparito dalle scene. Osservando questo fucile usato avremo modo di apprezzarne il progetto e la realizzazione, comparandolo mentalmente con quanto è apparso sul mercato nel corso di quasi settant’anni. Purtroppo, dopo la scomparsa dello zio, per diverso tempo l’arma è stata stivata in una stanza dove l’umidità l’ha fatta da padrona: quando ci è stata consegnata quale ricordo da nostro cugino, completamente disinteressato al settore, mostrava vistosi segni di ruggine, ma la base di fondo ha sopportato un’attenta pulizia che ha ripristinato in modo adeguato questo pezzo di storia armiera.

Com’è fatta la Savage 7A

Se ben rammentiamo il credo della Savage è sempre stato quello di proporsi nei confronti della concorrenza con pari prodotto, ma a minor costo, oppure a pari prezzo, ma con tecnica migliorativa. La realizzazione di questa carabina evidenzia soluzioni di spedita lavorazione, sempre con materiali e rendimento di piena affidabilità. Il castello rifugge da preziosismi venendo ricavato da un tubo in acciaio di notevole spessore: facile da produrre e con rigidità garantita. Nella parte anteriore del cilindro, ovvero l’anello del castello, viene avvitata la canna; a seguire si fresa la finestra di espulsione tornando subito alla piena sezione per praticare un’asola entro cui scorre la manetta di armamento composta da un cilindro con rigature di presa: pregevole la bisellatura dell’asola come la finitura stondata dei profili ricavati nello spessore. A seguire si trova la levetta della sicura in lamiera piegata, posta fra castello e calciatura, mentre all’apice posteriore un tappo a due diametri, con marcata godronatura di presa, si avvita occludendo il castello. All’interno si trovano l’otturatore e la massa battente, stabilmente collegata a una doppia molla coassiale azionando sia il percussore, cui è collegata da un ingegnoso incastro, che da elemento di recupero. Torniamo un momento alla feritoia intermedia in cui sporge il caricatore amovibile realizzato in lamiera piegata: la parte a contrasto con l’apertura mostra una griglia ottenuta fresando sette parti vuote e altrettante piene di spessore dimezzato rispetto a quelle vuote. Confessiamo che l’effetto estetico piace molto, ma non comprendiamo appieno la funzione di tale ritrovato che comunque dà un’impronta particolare al fucile. L’otturatore riprende il disegno del castello, quindi cilindro in acciaio con parte posteriore foggiata in maniera da ricevere il complesso massa battente e molla di recupero mentre la parte anteriore presenta la faccia leggermente incassata dove poggia il fondello della cartuccia, la doppia unghia di estrazione e il puntone inferiore di espulsione fissato al castello; interessante un minuscolo prisma a profilo inclinato, posto a ore 12 rispetto alla culatta della canna, che dovrebbe indirizzare la cartuccia verso la camera evitando impuntamenti. Sulla canna, oltre alle diciture aziendali e il punzone del nostro BNP con la data 1954, sono riportati i tre calibri .22 usabili, quindi short, long or long rifle: anche la filosofia statunitense all’epoca era decisamente speculativa nel senso che era fuori luogo impiegare un qualcosa di balisticamente maggiorato, e quindi più costoso, rispetto a quant’era bastante per le proprie finalità, fossero di tiro al bersaglio come di piccola caccia. Oggi parlando di carabine a fuoco centrale per ungulati la strada battuta è quella di un fucile in un solo calibro, solitamente il .300 Win. Mag. Non è questa la sede per imbarcarci in un simile discorso: diciamo solo che ci pare una mancanza di classe e di cultura. Poi… a ognuno il suo.

La canna e le mire

Oggi nelle cartucce calibro .22 si sono rarefatte le short, fino a qualche anno addietro sempre disponibili almeno nei caricamenti per le PA, pistole da tiro celere nelle competizioni di tiro a segno. Poi si è pensato di uniformare la cameratura della PA al .22 LR della PS (Pistola Standard) e così le più piccole sono di minor diffusione come le long, ma la Fiocchi provvede meritoriamente a mantenere tutte queste chicche balistiche a listino. Quanto poi alla diffusissima e variegata LR le si è affiancata la .17 HMR pregevole anche se un po’ cara. Molti di questi fucili mantengono costi molto bassi, ma a prezzo di lavorazioni un poco affrettate e soluzioni non sempre durature nel tempo. In compenso alcune Case offrono tuttora prodotti che non hanno nulla da invidiare alle sorelle a fuoco centrale: la scelta è apertissima con gran soddisfazione del cliente che, al limite, si trova nell’imbarazzo della scelta. Tra queste nuove soluzioni si notano alcuni fuciletti, bisogna proprio chiamarli così, con cannine sottili ed estremamente corte: sovente sparano bene, ma a chi ama le cose fatte in una certa maniera manca davvero qualcosa. Veniamo alla nostra 7A dove la canna da 605 mm e con diametro in volata pari a 15 mm appaga le finalità balistiche ed estetiche. Insomma un ragazzo con questo fucile per le mani si sentiva già un giovanotto, quasi un uomo, con le responsabilità peculiari dello status. La finitura esterna era adeguata con spazzolatura e brunitura: solo la ruggine ha penalizzato un poco tali lavorazioni. Per quanto attiene alle mire non era previsto l’impianto di un cannocchiale e tutto si risolveva con la tacca di mira in lamierino di acciaio piegato e visuale a U, aggraffata con due basette anteriori alla canna, più il cursore longitudinale dell’alzo. Il mirino a grano con visuale tonda è un tutt’uno con lo stelo rilevato e la base a blocchetto con incastro a coda di rondine nello spessore della canna: qualche colpo con un martelletto consente le registrazioni in brandeggio.

La calciatura e lo scatto

La calciatura è all’insegna anch’essa della funzionalità a costo contenuto, di aspetto sobrio e non povero: un onesto pezzo di noce americano, lavorato in favore di vena veste degnamente la Savage. Per prima cosa evidenziamo come la stabilizzazione a forno del legno sia riuscita perfettamente: il fucile è stato per parecchi anni in un luogo umido, addirittura per diverso tempo in un rotolo di tessuto impregnatosi d’acqua, senza subire svergolamenti. Le linee si presentano classiche, quindi asse dritto, impugnatura a pistola, nasello poco rilevato, dorso lineare e di buon spessore, asta arrotondata. L’incassatura si mostra coerente con l’acciaio e solo le disgrazie patite hanno oscurato un poco il legno nei punti più prossimi al metallo. Le misure favoriscono l’imbracciatura di un ragazzo come di un adulto e nella presa non si nota la mancanza delle zigrinature; poi troviamo particolari in acciaio come il calciolo marcatamente zigrinato e fermato da due viti o il bocchettone del caricatore in spessa lamiera piegata e ancora la guardia in pezzo unico  con il ponticello da cui sporge il comodo grilletto arcuato e rigato per conferire maggiore sensibilità al dito. In buona sostanza la Casa limitava i costi non determinanti per aggiungere quel qualcosa in più nelle parti che non dovevano assolutamente cedere anche in un impiego lungo e intenso. La mentalità statunitense del cacciatore solitario distante dalla civiltà e da un armaiolo era ancora ben presente: il fucile, necessario più alla sopravvivenza che al divertimento, non doveva marcare visita. Mai.

Venendo al tiro possiamo affermare che rimane tuttora piacevole e appagante, anche dopo decenni di prove con tanti altri esemplari di svariate marche. Coerente con le necessità di un uso ludico e venatorio lo sgancio è in due tempi con una precorsa di circa 1750 g e sgancio a 1.000 g. In quelle nostre primissime esperienza un particolare ci era piaciuto molto e lo zio lo aveva evidenziato: la possibilità di sparare in semiautomatico o a ripetizione semplice, sfruttando appieno la potenza della piccola cartuccia. La manetta di armamento muove non solo in senso longitudinale, ma anche in senso radiale e dalle immagini si nota il piolo opposto al tondino di presa che si può infilare in appositi fori praticati nel fianco sinistro del castello. Inserito in quello più avanzato mantiene l’otturatore in chiusura, quindi sparando a colpo singolo, mentre in quello più arretrato lo mantiene in apertura per sicurezza o per la pulizia. Un colpo d’occhio poi al fucile scomposto evidenzia un esteso impiego di lamiera tranciata e piegata con perni ribattuti: riduzione dei costi mantenendo una corretta funzionalità.

Una breve prova e le considerazioni finali

Al poligono di Moiola (CN) ci siamo destreggiati in qualche prova verificando alcune realtà, premettendo che abbiamo sempre cercato il funzionamento in semiauto per mera comodità. Nonostante il prisma sporgente dalla culatta della canna sovente, dopo il primo colpo, la seconda cartuccia finisce impennata: non così le successive per cui il cinematismo funziona regolarmente. Ovvio poi che le cartucce di minor prestanza come le long o le short siano da camerare una ad una: sparando a otturatore libero non si ha nemmeno l’espulsione del bossolo. Una realtà su cui avevamo forti dubbi riguardava la messa in mira: ci siamo muniti dell’occhialino della Gehmann che usiamo per il tiro di pistola. Con qualche accorgimento nell’orientamento della lente mobile siamo riusciti a conseguire dei risultati più che onesti: con le Nammo SK.22 LR da poligono le Standard Plus hanno chiuso un poco di più delle consorelle Pistol Match: ovviamente le V/0 sono tranquille e le rosatine basse a 50 m hanno riportato alla mente come lo zio impiegasse con successo le Winchester Super Speed. Meno confacenti le Fiocchi Long Z dalla rosata un poco più aperta mentre sono andate meglio le .22 Short Super Match.

Per concludere ci paiono inevitabili due osservazioni: la prima è che purtroppo qui da noi la caccia con il calibro .22 LR è vietata da molti anni impedendo de jure molti abusi, mentre de facto e con i silenziatori fatti in casa molti rubano a man salva lepri e fagiani, sovente anche d’altro. Peccato perché così si impedisce ai ragazzi di compiere i primi passi venatori con qualcosa molto adatto a loro: ci vogliono però spazi ampi e disabitati perché la piccola palla del .22 LR ha un ambito di lesività che sulle scatole delle cartucce Made in USA viene indicato in un miglio (1609 m). Intuibile come sparare per aria, senza un riscontro per il proiettile in caduta, sia oltremodo azzardato e pericoloso. La seconda è un invito a paragonare questo fucile usato e attempato della Savage con l’estesa produzione odierna, statunitense ed europea. Il bello e il fascino delle carabine .22 LR sta nella loro contiguità con le carabine a fuoco centrale delle stesse Case produttrici: più si somigliano è più ai nostri occhi risultano appaganti. Non forniamo suggerimenti: ognuno compia una propria indagine e troverà fuciletti dove chiaramente la bassa quotazione domina la scena, altri per contro dove si è andati ancora oltre alle belle soluzioni di un tempo per dare al cliente esigente un prodotto di totale affidabilità, di rilevante balistica unite a un’estetica eccellente. Poter scegliere su un così ampio ventaglio pone ciascuno nelle migliori condizioni per parametrare esigenze e portafoglio: oggi poi con le competizioni di Bench Rest .22 si ha modo di divertirsi tanto anche senza poter andare a caccia. Però è un peccato.

Scheda tecnica

Costruttore: Savage Arms Corporation – Chicopee Falls – Mass. USA

Importatore attuale: Bignami spa – via Lahn, 4 – Ora (BZ)

Modello: 7 A

Tipo: carabina a otturatore scorrevole

Calibro: .22 LR – .22 Long – .22 Short

Castello: in acciaio ricavato da cilindro forato e fresato

Canna: in acciaio al carbonio lunga 605 mm (24”) con 6 righe destrorse

Percussione: percussore lanciato con massa battente e molla elicoidale coassiale Alimentazione: caricatore amovibile in lamiera piegata da 5 cartucce

Congegno di scatto: a due tempi con precorsa da circa 1750 g e sgancio da 1000 g  

Estrattore: a doppia unghia con base elastica inserita nella testa dell’otturatore

Espulsore: nottolino a lamina sporgente dal castello

Congegni di mira: tacca in lamiera piegata con visuale a U e lamina scalinata per l’alzo – mirino a grano su base a coda di rondine registrabile in brandeggio

Sicurezza: levetta sul fianco destro del castello – blocca sistema di scatto

Calciatura: in pezzo unico di noce americano – calciolo in lamiera di acciaio zigrinata

Finiture: brunitura delle parti metalliche – legno con verniciatura a mezzo lucido

Peso: 2.500 grammi circa

Dida

001 – (apertura)

002 – Lavorazioni semplici e ben eseguite: si nota l’incassatura nel legno del castello cilindrico con lo scasso laterale per l’espulsione dei bossoli e la manovra della manetta di armamento

003 – Il tappo godronato che occlude il castello fermando la massa battente con la molla  di recupero e, a fianco, la leva della sicura in lamiera piegata

004 – Particolari del castello con la griglia opposta alla finestra di espulsione: in alto si nota il prisma inclinato che dovrebbe obbligare la cartuccia a infilarsi in camera. Ben finita l’asola entro cui scorre la manetta di armamento

005 – I due fori radiali sul fianco sinistro del castello consentono di bloccare l’otturatore in chiusura, sparando in ripetizione semplice anziché in semiautomatica, oppure di fermarlo in apertura per la pulizia

006 – La tacca di mira in spessa lamiera piegata viene fissata da due griffe elastiche anteriori ancorate a scassi praticati nello spessore della canna. La visuale è a U e l’alzo viene regolato con il cursore a gradini

007 – Il vivo di volata stondato protegge l’egresso delle righe. Il mirino a grano, robusto almeno quanto la tacca, è un tutt’uno con la base a coda di rondine su cui si può agire per regolare il tiro in brandeggio

008 – La dicitura aziendale evidenzia nella cittadina di Chicopee Falls (Mass.) la sede dell’epoca e la possibilità d’impiego delle tre cartucce calibro .22: short – long – long rifle

009 – La guardia in blocco unico racchiude il grilletto molto arcuato e con superficie rigata per una corretta postura del dito e buona sensibilità

010 – L’asta di sezione arrotondata consente una buona presa alla mano debole: in evidenza lo scasso in corrispondenza della griglia opposta alla finestra di espulsione

011 – Nella piastra inferiore in acciaio sagomato è ricavato il bocchettone del caricatore e la sede della vite di giunzione fra calciatura e meccanica  

012 – Il caricatore in lamiera piegata contiene cinque cartucce: con un gioco a incastro si può sfilare il fondello per lo smontaggio e la pulizia

013 – Il calcio con l’impugnatura a pistola presenta linee ergonomiche e funzionali

014 – L’appoggio a terra del calciolo era considerata del tutto normale e così questo particolare è in acciaio zigrinato, fermato da due viti

015 – (vista intera)

016 – Semplice lo smontaggio: agendo sulla vite inferiore si separano calciatura e meccanica. Svitando poi il tappo godronato che occlude posteriormente il castello e sfilando la manetta di armamento si prelevano la massa battente e il percussore a lamina

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