Carcano 91/41 Truppe Alpine

Nel descrivere una Savage 7/A in calibro .22 LR abbiamo fatto cenno a due manciate di bossoli del fucile Mod. 91 e alla figura di Battistìn, il giardiniere che era stato Bersagliere nella Grande Guerra, prodigo di spiegazioni sull’ordinanza italiana e la sua munizione

Di Emanuele Tabasso

Carcano 91/41

Andiamo indietro di tredici anni e ripassiamo a vista due nostri brani apparsi sulla rivista Tacarmi in cui descriviamo, con dovizia di foto e documenti, l’opera di Salvatore Carcano, Capotecnico di 1^ Classe della Regia Fabbrica d’Armi di Torino. L’amico e tiratore di poligono Alberto Lucchini favorisce la conoscenza con un diretto pronipote del progettista del Fucile Mod. 91, il Signor Carlo Carcano: grazie alla sua cortesia e disponibilità accediamo a tutta la documentazione originale e al primo prototipo del castello e otturatore realizzato. Riportiamo durante la descrizione, alcuni pensieri che nel corso degli anni avevano connotato le nostre valutazioni sulla vecchia ordinanza e ne diamo uno stralcio, giusto per rifarci a quell’epoca.

“A onor del vero dobbiamo dire che il nostro assolutismo di allora ci faceva considerare poco degne di una vita civile, nel senso di non militare, tutte le meccaniche al di fuori delle K98 poi, col tempo, ci saremmo accorti che non sempre è necessario strafare e non in tutti i casi occorre il più per farci stare il meno. Lo sguardo di sufficienza con cui osservavamo le carabine Parker Hale dotate del movimento molto british, oh yes, dell’Enfield era pieno di giovanile baldanza e sdegnosa condiscendenza; anche il meccanismo della nostra vecchia ordinanza era mentalmente confinato nel limbo dell’ambito militare, con quelle che vedevamo come soluzioni povere di una nazione sempre afflitta da penuria di denaro. Poi le gare delle ex ordinanze, i risultati ottenuti specialmente da un caro amico e maestro del tiro a 300 metri che ci piace nominare, Giorgio Bocca (nulla a che vedere e spartire con lo scrittore), ci incuriosivano al pari di quelli degli amici astigiani Mario A. Cremasco o di Pietro Colombano, poi ancora gli stessi ottimi punteggi raggiunti da un allora giovane associato del nostro poligono, Mario Meriano, ci avevano aperto gli occhi facendo apprezzare quel fucile che in un’immaginaria competizione non è primo ma figura onorevolmente tra i piazzati. Battistìn ce lo aveva già spiegato allora mettendo insieme la funzionalità di quella meccanica semplice e quella forma di sicura, per noi ancora difficile da capire, ma che in guerra aveva limitato di molto gli spari accidentali verso i commilitoni. La precisione magari non era delle più elevate, assolutamente bastante per l’impegno bellico, sempre che non capitasse fra le mani uno di quegli esemplari costruiti da personale inadeguato alle lavorazioni.  Oggi è difficile che se ne riparli, ma ancora qualche diecina d’anni addietro sulle riviste di settore erano frequenti le diatribe fra chi era a favore e chi contro questo fucile: c’è quasi sempre del vero da una parte come dall’altra ma emerge quello che i contrari vogliono far apparire come un indottrinamento del nostro Bersagliere, Soldato del Regio Esercito nella Grande Guerra, che illustrava con dovizia di termini e ragioni il “suo” fucile e la sua munizione, anch’essa sovente giudicata mediocre. Le ragioni a supporto del fucile e della cartuccia “umanitaria”  come si diceva allora, erano valide, di certo e per alcuni aspetti precorritrici dei tempi futuri. Ma agli italiani, quelli con la minuscola, quanto piace evidenziare i difetti delle cose di casa propria magnificando quelle altrui. Senza arrivare al detto inglese “a torto o a ragione, il mio Paese è il mio Paese” un po’ di sano campanilismo giova e se c’è da dire qualche cosa di negativo è meglio dirlo sottovoce.

Un Mod. 91 Truppe Alpine

Poco sopra abbiamo citato l’amico Mario Meriano e le prime competizioni a Codogno riservate a queste armi usate. L’evidenza della maggior precisione di fucili come i Mauser K98, i Carl Gustafs, gli Schimidt Rubin era troppo marcata e la Direzione del poligono divideva in due classi i concorrenti: da una parte questi fucili e dall’altra tutti i modelli di 91. Fra questi ultimi non mancavano alcuni esemplari ricercati, detti dei fucili incrociati, pezzi particolarmente ben riusciti a cui veniva impresso in culatta un simbolo composto da un bersaglio a cerchi concentrici attraversato dai profili di due 91. Si sommava ancora la difficoltà di reperire munizioni con palla da .267/.268” per le canne originali ben mantenute, oppure saltare a piè pari su munizioni commerciali, solitamente della Norma, con la palla da .264” caratteristica del 6,5 mm, per le canne sostituite dal Maestro Armando Piscetta, nume tutelare di chi si aggirava, dopo la stasi post bellica, nei nuovi ambiti del tiro a 200 e 300 metri. La giornata di gara era un divertimento continuo per le amicizie che si stringevano, per la gioia dei risultati ottenuti o anche solo per aver potuto sparare un po’ di cartucce di grosso calibro anziché le piccole .22 LR. Molti tiratori partecipavano a entrambe le gare e le due classifiche facevano ognuna storia a sé con un particolare: il tiratore con la somma più elevata dei due risultati era il deus ex machina della giornata e gli veniva assegnato in premio un Fucile Carcano 91/41 scelto sempre con cura dalla Direzione del poligono. L’amico Mario Meriano era in anni di forma smagliante e si dopava… con mezzo bicchiere di Marsala prima di stendersi sul bancone: dargli un’arma qualsiasi e veder snocciolare dei punteggi elevati era tutt’uno. Così Mario, dopo aver posto in rastrelliera il primo dei fucili conquistati, s’era messo a distribuirli agli amici che con lui partecipavano alla competizione. Ebbene uno era toccato anche a noi e, per la ben nota Fratellanza Alpina, era manco a dirlo un Carcano 91/41 Truppe Alpine. Lo ponemmo assai felici in rastrelliera e lì rimase, per alterne vicende, intonso e inusato: ogni tanto lo osservavamo ripromettendoci di provarlo, anche se il nostro pensiero sottende che una rastrelliera di cui si siano provati tutti gli inquilini perda assolutamente di fascino. Il concetto arriva direttamente dal Gattopardo, Fabrizio Tomasi di Lampedusa Principe di Salina che lo applicava ai suoi palazzi: se ne conoscevi tutte le stanze non meritavano più d’ essere abitati.

Finalmente qualche colpo

Il tempo trascorso non aiuta a sparare con le mire metalliche aperte, specie con quel mirino triangolare che fa pugni con la vista calante: reperiamo una scatola di vecchie cartucce Norma con palla adatta alla nuova foratura, più una manciata di residui militari, che ci ha ricordato i bossoli del tesoretto giovanile. Filiamo da Carlo, il Maestro, sempre particolarmente disponibile quando si tratti di provare qualcosa di insolito e alla sua prima uscita. Il fucile, come si può notare dalle immagini a corredo del brano, è stato rimesso in ordine con discreta attenzione a riconferma della cura posta nelle scelte dalla Direzione del TSN di Codogno: un pensiero grato e amichevole a tutte le persone che in quell’impianto consentivano il nostro divertimento. Oggi però siamo a Moiola (CN) e la tensione della gara è assente, ma non manca una spiccata curiosità: con la lente del tiro da pistola opportunamente orientata, come già fatto poco prima per provare la Savage 7/A ci poniamo in linea. Così per non sprecare munizioni e capire dove il fucili tiri diamo due colpi a 50 m: un po’ di scostamento a sinistra, un poco alto, ma il fucile mette i due proiettili  Plastic Pointed  da 9,0 g (139 gr) proprio vicinissimi. Carlo si avventura in un tiro con un reperto storico:un pelo più centrato e decisamente più alto. Proviamo a 100 metri? L’inclinazione della lente va curata con attenzione per disporre di un’immagine nitida delle mire e non troppo sfocata del bersaglio. Ecco che un colpo va alto per nostro difetto di punteria, ma gli altri tre, seppur ancora un poco a sinistra, non avrebbero lasciato scampo al camoscio: quanti di questi “benedetti” fucili hanno consentito alla gente di montagna di alimentarsi in maniera un poco più decorosa negli anni del dopoguerra? Adesso però ci è ripreso un poco il ghiribizzo di sparare con tacca di mira e mirino, pur con le tribolazioni in atto, e dobbiamo ritrovare un regalo fattoci tanti anni fa proprio da Carlo: uno sposta mirino del ’91 usato nelle competizioni del tempo che fu. Magari riusciamo a ottimizzare il punto battuto. La tacca di mira fissa è tarata per i 300 metri mentre quella mobile va dai 400 ai 1.000: una misurazione del diametro di palla indica la leggerissima differenza in meno del proiettile della Norma, che assicura una lodevole precisione, fatto che ci fa presumere ad un cambio di canna con la sezione da .264”; sempre centrati, ma decisamente più alti, i colpi con le vecchissime cartucce originali: evidentemente la palla di sezione leggermente maggiore viene comunque stabilizzata a dovere.

Conclusioni

Il mondo dei fucili usati ha un suo comparto di elezione nelle vecchie ordinanze, quelle che a cavallo tra XIX e XX secolo hanno rappresentato la modernizzazione dell’armamento individuale del soldato: nonostante le vicissitudini di questi ultimi tempi il piacere di impiegare questi fucili sottende la soddisfazione di verificare il rendimento e insieme di ripensare ai militari che li hanno imbracciati in situazioni ben diverse da quelle, calme e tranquille, in cui oggi noi abbiamo agio di provarli.

Didascalia

001 – In apertura il fucile Carcano 91/41 su un vecchio zaino in uso negli anni ’65-‘66 alla pari del cappello del 4 Rgt. Alpini, Brigata Alpina Taurinense, Battaglione Susa, 35^ Compagnia

002 – Otturatore in chiusura, si noti la caratteristica del ponte aperto di derivazione Mannlicher, il bottone di chiusura con rigatura di presa, il tasto zigrinato del tubetto con nasello

003 – Manubrio in apertura e pronto a passare in arretramento nello spacco del ponte

004 – Otturatore chiuso, percussore armato, la massa battente è visibilmente distanziata dal tasto zigrinato del tubetto

005 – Otturatore chiuso, percussore armato, ma premuto il tasto del tubetto con nasello lo si è svincolato e arretrando ha messo in distensione la molla: posizione di ottima sicurezza

006 – I caricatori in lamierino ottonato mutuati dal sistema Mannlicher hanno solo la funzione di trattenere le sei cartucce: un meccanismo interno fisso con molla e leva di spinta provvede a mettere a livello dell’otturatore ogni singola cartuccia

007 – Testa dell’otturatore con il foro del percussore, la robusta unghia dell’estrattore con aggancio positivo, lo spacco per il passaggio dell’espulsore fissato al ponte

008 – Nella parte bassa del ponte sporge il prisma fisso che attua l’espulsione del bossolo;  al centro del vano caricatore sporge l’elevatore a molla delle cartucce

009 – L’otturatore nella sua semplicità risulta funzionale e di adeguata robustezza per l’impiego cui veniva sottoposto. Incassata nella parte anteriore del cilindro si nota la base a lamina rastremata dell’unghia di estrazione: l’idea non era peregrina se la Sako l’aveva adottata per i suoi modelli a due alette

010 – Lo scatolato inferiore raggruppa la sede per il caricatore, la guardia con il tasto di svincolo del caricatore stesso, il ponticello da cui sporge il grilletto

011 – Il calcio con la barretta cui si può fissare lateralmente la cinghia in alternativa alla maglietta sottoposta; il calciolo in acciaio brunito presenta un robusto aggancio superiore

012 – “Fascetta con maglietta” per fermare il sottocanna della calciatura e il copricanna superiore: nel fianco sporge l’asola per la posizione laterale della cinghia e sotto la classica maglietta snodata

013 – Il bocchino investito sulla canna funge da giunzione apicale fra legno e meccanica; in basso sporge l’attacco per la baionetta e nel complesso trova posto la bacchetta di pulizia

014 – Lo zoccolo porta mirino è calettato sulla canna dopo il raccordo della camera di cartuccia: la tacca fissa batte i 300 metri mentre quella regolabile rimane defilata entro un incasso nel copricanna

015 – Premendo un bottone a sinistra della base la tacca mobile ruota e la si può fermare negli appositi incastri distanziati in ettometri da 4 a 10

016 – Caricatori e cartucce sono volutamente lasciati con la patina del tempo e le concrezioni di ossido di rame: nelle prove non hanno mancato fuoco. A fianco spicca la scatola attempata anche lei, ma non troppo, delle cartucce Norma mentre sullo sfondo spiccano i due eccellenti libri “Dal Carcano al FAL” di E. Marcianò e M. Morin dell’Editoriale Olimpia, e “Il 91” di G. F. Simone, R. Belogi e A. Grimaldi dell’Editrice Ravizza provvidi di notizie sulla nostra vecchia ordinanza

017 – Merita osservare il minimo e regolare annerimento dei colletti delle sei cartucce Norma sparate

018 – Nessun segno di anomalie, percussione decisa e centrata: questo il responso dei fondelli cartucce Norma

019 – Bersaglio posto a 50 m per il controllo: i primi due colpi ci hanno entusiasmato. In alto un colpo di Carlo con una vecchia cartuccia originale

020 – Quattro colpi a 100 metri: quello in alto è stato un banale errore di punteria, ma gli altri tre son più che dignitosi considerando il tiratore (il lato del quadretto di fondo è pari a 1” ovvero 2,54 cm)

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