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Mauser K 98 in 8×57 IS civilizzato

Il periodo della II GM ha visto un’estesa panoramica dei fucili adottati dalla Fanteria dei diversi Stati belligeranti dove la meccanica dei Mauser K98 si è sempre rivelata una solida base per l’inventiva stimolata dalle necessità

di Emanuele Tabasso

Poco tempo addietro abbiamo proposto un pregevole Mauser K98 appartenente alla nutrita serie di fucili sportivi che la Casa di Oberndorf a/N aveva fatto seguire al progetto dell’arma lunga per la Fanteria tedesca, presto adottata da una pletora di altri Stati per le sue caratteristiche davvero fenomenali. Lasciamo adesso da parte questo garbato esempio di arma immaginandola nelle mani di un appassionato cacciatore della Mitteleuropa, dedito alla Hohe Jagdt, la cosiddetta Caccia Alta ben codificata presso le popolazioni di lingua e cultura germanica: le misure compatte e quindi la maneggevolezza, favorita anche dalla massa relativamente leggera, il calibro originale 8x57IS conducono la mente a quelle foreste dei territori planiziali e al ricordo della mitica riserva di Rominten con i suoi cervi da sogno. La caccia alla cerca di simili trofei, in quei territori e con un fucile come quello descritto doveva risultare un insieme di vicende e situazioni della massima raffinatezza armiera e venatoria. Oggi cambiamo aria, intenti e bisogni portandoci nel nostro vecchio Piemonte ai tempi tristi e perigliosi dell’immediato secondo dopoguerra.

Cacciare per necessità

Non solo la seconda parte del ’43 e i due anni successivi, fino alla fine del conflitto, sono stati durissimi per i militari così come per i civili coinvolti nelle vicende belliche: il seguito nei tempi immediatamente successivi al termine del conflitto conservava il problema dell’alimentazione, ridotta al lumicino. L’immaginazione, la fantasia e l’inventiva erano spinte quotidianamente dalla fame a cui si poneva rimedio, nei casi più fortunati, con qualche trattativa testa a testa con i contadini, pur sempre depositari del cibo sotto varie forme. Cereali e verdure di stagione, magari un animale da cortile o una minima dose di carne bovina erano una conquista da mantenere ben nascosta. Per alcuni sussisteva una soluzione alternativa: procurarsi la preziosissima carne insidiando la selvaggina superstite, specie quella della montagna dove le difficoltà oggettive impedivano ai più di accostarsi. Intanto si era nuovamente padroni di detenere e impiegare le armi da caccia che sovente erano fucili militari adattati per la bisogna. Il nostro personaggio originario del Monregalese (CN) dava del tu ai camosci come alle pietre dei sentieri della Val Soana (TO) e parimenti aveva una dimestichezza notevole nella lavorazione dei metalli.

Procurarsi un fucile

In molte zone l’insidia ai camosci era ancora portata con le doppiette calibro 12 caricate a pallettoni con cui occorreva avvicinarsi a circa 50 metri o poco più dal selvatico per avere una certa garanzia di riuscita. Il passaggio alla canna rigata sottendeva un duplice vantaggio: pur con le mire metalliche (le ottiche erano ancora ben lontane da questi mondi per disponibilità e costo) si arrivava a colpire con buona certezza fino a 150 metri, magari i bravissimi anche oltre, e poi l’effetto del veloce proiettile unico era ben altra cosa dai 9/0 o terzaruole della canna liscia evitando nel contempo tanti penosi ferimenti, magari seguiti dalla morte del soggetto divenuto irrecuperabile. Disporre di un Mauser K98 non era poi così difficile e il nostro epigono era entrato in possesso di un esemplare cui aveva apportato qualche modifica. Così possiamo osservare il manubrio dell’otturatore, già all’origine in blocco unico con il corpo, che è stato limato variandone un poco l’aspetto esterno: risalta la trasformazione in spatola sfaccettata della nocca e del braccetto, originariamente sferica e a sezione tonda. Pensiamo che al cacciatore tale forma desse l’impronta di un fucile sportivo, un poco apparentato con i Mannlicher Schönauer già all’epoca ben conosciuti e apprezzati. Un secondo intervento vede la sostituzione della canna con una di sezione cilindrica appena rastremata dove è stata saldata una semplice tacca di mira fissa ricavata in pezzo unico con la propria base stondata per copiare la curvatura della canna; risalta poi per l’estemporaneità dell’opera la sostituzione del mirino prismatico con uno a grano ricavato a lima, in maniera piuttosto grossolana, dalla propria base a zoccolo. Non sappiamo come mai la brunitura, correttamente eseguita nel resto della canna, non abbia raggiunto quest’apice rimasto in metallo bianco. A completamento sottolineiamo come sia stato conservato il calibro originario, il valido 8×57 IS funzionale e reperibile, anche se con proiettili militari che, comunque, al camoscio non concedevano molte possibilità di sottrarsi alla cattura.

La calciatura e una nota di chiusura

Anche la calciatura è stata rimaneggiata lavorando per conservare quel che di utile era presente: vediamo il calcio robusto con impugnatura a pistola, l’aggiunta di un calciolo ventilato in gomma che il tempo ha rinsecchito, la buona incassatura del castello con il profilo del legno ribassato nel fianco destro a livello della finestra di espulsione e l’incavo, a sinistra, per consentire al dito di premere a fondo le cartucce che dalla lastrina devono passare al magazzino fisso. Nel fusto è mantenuto il traversino che funge da prisma di scarico delle forze e da irrobustimento dei due fianchi del legno mentre l’asta sottocanna è accorciata come in un tradizionale fucile sportivo. 

Pezzi armieri come quello che presentiamo sono di poco conto se li si svincola dal loro vissuto, che è poi quello del personaggio che lo ha impiegato: il nostro riusciva a trovare qualche giorno adatto partendo da Mondovì (CN) in bicicletta (sic!) per raggiungere la Val Soana, nelle propaggini piemontesi del Parco del Gran Paradiso: mal contati sono 180 km, dopo di che partiva a piedi per raggiungere le zone dei camosci. Non era certo per far dello sport o per catturare un trofeo ambito: tutta questa fatica era finalizzata a recuperare proteine nobili per la sua famiglia che, ohibò, non era proprio vegana.

Dida

001 – (apertura)

002 – Il Mauser K98 in abiti civili o, come si usa dire, sporterizzato: il manubrio è stato rimodellato sullo stile dei Mannlicher Schönauer

003 – L’elaborato tappo di coda del K98 con lo scudo parafiamma e la sicura a bandiera con tre posizioni

004 – A otturatore parzialmente estratto si notano da sx l’innesto del manubrio sul corpo centrale, l’aletta della terza chiusura posteriore, la lunga lamina dell’estrattore, sopra la nervatura che facilita lo scorrimento, l’unghia di estrazione, la fresatura nell’aletta sx per il passaggio della lamina dell’espulsore fisso

005 – Parte sx del castello con l’incavo per favorire la spinta del pollice sulle cartucce  passandole dalla lastrina al magazzino fisso. Subito dietro la leva a molla per lo svincolo dell’otturatore a fondo corsa

006 – Vista posteriore del ponte: all’interno il blocchetto di arresto corsa dell’otturatore su cui è fissata la lamina dell’espulsore fisso; sul fondo la fresatura in cui si impegna la terza aletta di chiusura

007 – Nella parte inferiore è stata mantenuta la robusta meccanica originale con la guardia e il fondello del magazzino fisso

008 – Sulla canna avvitata all’anello è stata saldata una tacca di mira con semplice visuale fissa a U

009 – Molto grezza la parte della volata con lo zoccolo e il mirino a grano saldati: manca, e non sappiamo perché, una qualsiasi forma di brunitura

010 – Il calcio con impugnatura a pistola conserva in buona parte forme e dimensioni dell’originale: si sono aggiunti la zigrinatura, un calciolo in gomma con doppia ventilazione e la maglietta porta cinghia

011 – Nel fusto si nota il dischetto metallico di fissaggio del traversino interno che funge da prisma di scarico delle forze e da irrobustimento delle due pareti in legno

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